Espressioni e scritti
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
4 dicembre 2021 * S. Barbara
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Lamera con alberione
Omelia di don Stefano Lamera - 29 Novembre 1971
Concelebrazione della sera (Cripta "Regina Apostolorum")
Alle Pie Discepole del Divin Maestro che hanno nella Famiglia Paolina una missione fondamentale e vitale, nascosta come le radici, ma alimentante il tronco, i rami, i fiori, le foglie, i frutti; alle Suore Pastorelle che sono nella Chiesa l’espressione più alta della donna associata al servizio sacerdotale; ai tre Istituti: "Annunziatine", "Gabrielini" e "Gesù Sacerdote", ultima fondazione del Padre comune, e quindi la prediletta in questi suoi ultimi anni di vita, grazia e pace nel Signore!
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In questo momento penso alle lacrime versate da Gesù Maestro davanti alla tomba di Lazzaro con le due sorelle: Marta e Maria. Vedendo il pianto di Gesù, molti esclamavano: "Guarda come lo amava!".

Così penso si possa ripetere qui, questa sera. Il dolore e l’amore che tutti ci raccoglie attorno alla venerata salma del nostro Padre, sia la nostra viva offerta a questa Santa Messa. Venerdì sera, 26 novembre, dopo l’estremo saluto e la benedizione del Papa, si è compiuto per il Primo Maestro quanto egli aveva voluto fosse stampato sull’immagine ricordo del suo 60° di sacerdozio, il 29 giugno 1967: "Partito dal Padre, sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre".

Noi tutti amiamo pensarlo nella gloria del Cielo: prima di tutto per la preghiera fatta da Gesù, eterno sacerdote, la sera del giovedì santo: "Padre, io voglio che dove sono io, siano pure con me quelli che mi hai affidato, affinché vedano la gloria mia che tu mi hai data" (Gv. 17, 24); e in secondo luogo perché non possiamo dubitare, che il Divin Maestro non abbia esaudito la preghiera da lui scritta in un suo notes di esame di coscienza nel 1942 e che ripeteva ogni giorno. Eccola:

"Vi chiedo, o Gesù Maestro, tre grazie prima di morire: di farmi riparare tutti i peccati e le perdite di grazia avute per stoltezza e malizia; di arrivare alla perfezione e merito, cui mi avete destinato creandomi; perdono e riparazione per tutti i peccati e le perdite di grazia fatti da altri per causa mia. Sia, o Gesù, in me glorificata la vostra misericordia e procurata pace agli uomini" (1942).

Penso si allieterà il nostro amato e venerato Padre, se uniremo a questo sacrificio eucaristico alcune intenzioni: Ringraziare il Signore per tutte le meraviglie di grazia a lui concesse e per mezzo di lui alla Chiesa, alla Famiglia Paolina, a tutta l’umanità.

Chiedere la grazia di possedere l’eredità del suo spirito, come sacerdote, come consacrato, come Paolino.

Che dal Cielo egli ci aiuti ad attuare tutti insieme, il programma scritto di suo pugno per i Sacerdoti dell’Istituto "Gesù Sacerdote", nel giugno del 1969: "Avanti! fino al Cielo. Crescere in santità e numero".

Infine che il Divin Maestro glorifichi anche qui in terra, a consolazione nostra, a gloria della Chiesa, a esempio e incoraggiamento di quanti lavorano per il Regno di Dio con i mezzi della comunicazione sociale, questo suo "servo fedele e prudente che ha costituito capo di una grande famiglia".

Non è mio pensiero tracciare questa sera una commemorazione del nostro amato Padre: mio desiderio è che egli si intrattenga "confidenzialmente" con noi, suoi figli, per rivelarci qualche momento della sua vita interiore, quella vita che a nessuno è dato di conoscere se egli stesso non la rivela, e della quale egli scriveva durante i suoi Esercizi Spirituali del 1941 sul suo taccuino: "Questa vita interiore è principio della vita esteriore: è la vita essenziale, eterna, fedele, divina. Mi avvicina a Dio: nell’esercizio della fede, speranza di carità, mi prepara alla visione, al possesso, al gaudio in Dio, per Gesù Cristo, nello Spirito Santo" (1941).

Quanto diremo sono umili cose che non troveranno posto nelle solenni commemorazioni, possono essere dette in un incontro confidenziale e pio come è questo nostro. Come tutti noi, Don Alberione ebbe due braccia e due piccole mani. Come riuscì nella sua vita a spostare le montagne? La risposta è dalle parole di Gesù Maestro: «Se avrete fede quanto un granello di senapa, direte a questo monte: "spostati di qua a là", esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile» (Mt. 17,20).

In un secolo dominato dal materialismo, dall’ateismo, dalla negazione, il nostro Padre si erge come un gigante della fede, così da poter fare sue e ripetere ai suoi figli le parole di San Paolo: "Scio cui credidi, et certus sum" – Io so a chi ho creduto e sono sicuro!

Annota sui suoi taccuini di esame di coscienza: "La luce del Signore si fa sempre più viva. Dio voleva ciò che si è fatto a S. Paolo: lo riprenderei da principio perché è volere suo" (1949).

Nell’ottantesimo anno di vita conferma e scrive: "Dio ha fatto ciò che voleva si facesse, nonostante che io sia stato inutile servo, invece di essere costruttore".

Questa fede che Dio è con lui, lo sostiene nei momenti della prova. Davanti al Tabernacolo annota: "È l’ora della prova e della fiducia. Io confido solo e tutto nel Signore, nella Regina degli Apostoli e San Paolo. Nessuna fiducia in me" (1948).

Al primo Sacerdote della Congregazione, il Servo di Dio Don Giaccardo, scrive: «Godo di sapere che siete sempre obbligati a fidarvi solo in Dio. Dio da sempre abbastanza; nel portafoglio invece si potrebbe sempre trovare meno dell’occorrente, anche foste danarosi... Nessuno quindi al mondo è in condizione più privilegiata. "Beatus homo qui confidit in Domino" (1-1-27)».

Commovente è la sua continua ricerca della volontà di Dio e la sua offerta di disponibilità totale per il compimento di questa divina volontà: "Prego il Signore di togliere da me ogni mia volontà, gusto, preferenza: perché Dio faccia quanto e come vuole di me e di tutto quanto mi riguarda per il tempo e per l’eternità. Desidero che il Signore possa liberamente fare e usare di me come vuole; mi riduca pure al nulla se crede per la salute, la stima, il posto, le occupazioni, le cose più interne come le esterne; tutto e solo per la gloria di Dio, per l’esaltazione eterna della sua misericordia, in sconto dei miei peccati. Dio è tutto! Io sono suo: sono cristiano, religioso, sacerdote. Possa Egli trovarmi in ogni istante docile nelle sue mani, come è stato Gesù Cristo" (1940).

Per quattro anni consecutivi, 34-35-36-37 egli dirige i suoi Esercizi Spirituali a perfezionare la sua "vita di orazione". Ecco alcuni propositi di quegli Esercizi:

"Formare la mentalità di preghiera. È la preghiera il primo dovere e il primo contributo che devo portare alla Congregazione: sia pietà paolina; sia nel miglior tempo e luogo".

"Migliorare: l’esame di coscienza, la visita al SS.mo Sacramento, l’esercizio di ogni preghiera: sia la forza dell’azione, il lume dell’intelligenza, il conforto del cuore".

L’anno appresso (1935) si propone la "vita d’orazione nella osservanza di tutte le pratiche di pietà e nell’impegno di perfezionarle: specialmente le eucaristiche" e conclude: "Dalla pietà dedurre meglio la vita sostanziata di Gesù Cristo, nella mente, nella volontà, nel cuore, cercando l’umiliazione e la mortificazione".

Nel 1948 annota: "Sono ogni giorno confermato nella devozione a Gesù Maestro, Via, Verità e Vita. Su quelli che la praticheranno: abbondanza di consolazioni, facilità a farsi santi, efficacia nell’apostolato".

Se per la fede, il nostro Padre riuscì nella sua vita a spostare le montagne, per la sua umiltà fu ricolmato di grazie: Dio ha riguardato all’umiltà di questo suo Servo e lo ricolmò di doni: "Humiles implevit bonis".

Mi sia permesso ricordare due episodi molto significativi.

Il nostro Padre nel 1954, vigilia della canonizzazione di Papa San Pio X, chiese udienza al Card. Frings, Arcivescovo di Colonia, primate di Germania, per chiedergli il permesso di aprire in quella diocesi una Casa Paolina.

Il Cardinale lo accolse con riservata benevolenza. Il Primo Maestro presentò la sua domanda illustrando la Famiglia Paolina.

A un certo punto il Cardinale che stava scrutandolo, chiese più volte: "È lei il fondatore e superiore generale?".

Come non avesse sentito, Don Alberione continuò a presentare le varie Congregazioni che compongono la Famiglia Paolina.

Arrivato a parlare delle Pastorelle, il Cardinale con un tono che non ammetteva dilazioni, chiese nuovamente: "Ma lei è il superiore generale?".

Non potendo più oltre evadere alla domanda.

Don Alberione rimpicciolendosi nella persona, rispose: "Siccome sono il più vecchio di tutti, faccio da Padre a quelli che sono più giovani di me".

E non aggiunse parola. Il Cardinale sorpreso e ammirato lo guardava come si guardano i santi.

Quando Papa Giovanni XXIII, ancora Patriarca a Venezia, vide per la prima volta Don Alberione, recatosi da lui per chiedergli una lettera di raccomandazione per ottenere dalla Sacra Congregazione dei Riti l’approvazione della Messa del Divin Maestro, non poté trattenersi dall’esclamare: "È tutto qui Don Alberione?". Dopo l’udienza, incontrando le Figlie di San Paolo di quella città, disse: "Avevo immaginato Don Alberione tutto diverso, ora mi spiego la sua Opera: ho visto l’umiltà in persona!".

Ma ritorniamo alle confidenze del Padre, che a questo riguardo sono veramente commoventi. Eccone alcune:

"In questo mese il Divin Maestro mi fa conoscere in una luce molto chiara il mio nulla; come uomo, come cristiano, come sacerdote e come membro della Pia Società S. Paolo" (1946).

Dopo alcuni mesi dello stesso anno, annota: "In dicembre 1946 il Signore si degnò molto di consolarmi ed orientare il mio spirito in sogno. Arrivato in Cielo mi parve che gli Angeli e i Santi si rifiutassero di ammettermi nella loro compagnia: fuggivano da me vedendomi un essere così miserabile e lordo di peccati.

Intervenne allora la Madre di tutte le misericordie, Maria; fece loro vedere il cumulo di grazie da Lei effuse nell’anima mia e quanto era il suo speciale amore per me. Poi li invitava ad accogliermi con gioia, perché nonostante tutto, le ero un figlio molto caro; ed un prodigio della Sua materna misericordia; un’anima cui il Benedetto Gesù mille volte aveva applicato il Suo sangue di redenzione. Sia gloria a Dio e alla Madre Sua!".

Noi tutti amiamo pensare che ben diversa sia stata la accoglienza riservatagli dal Maestro Divino la sera del 26 novembre, ultimo giorno dell’anno liturgico, quando si compì per lui l’Avvento del Signore, cioè la venuta di Gesù con tutti i suoi Santi per rivestirlo della stola di gloria.

"Tutto confido in Maria: per la redenzione del passato; per la santificazione della vita; per la corrispondenza alla vocazione; per il governo della Congregazione" (1939).

"Sono contento della mia miseria perché in eterno meglio sarà glorificato il Redentore, e sarà magnificata con Lui la Corredentrice. Confido salvarmi per la Divina Misericordia, per la Santissima Madre Maria, mia speranza" (1948).

E poi queste parole che suonano come testamento: "Sono contento che venga la morte a mettere fine ai miei peccati, non sono degno di stare oltre sulla terra: venga un altro più degno a prendere il mio posto. Prego il Signore a colmarlo delle virtù e lumi e conforti e grazie più grandi" (15-2-1948).

"Accetto tutto per espiazione, per la gloria di Dio, per le anime, per l’Istituto. Il bene è solo e tutto di Dio".

Infine il suo congedo: "Voglio essere un buon paolino almeno in Cielo: lassù sarò fratello dei fratelli. Chiedo fin d’ora di soccorrere di là quanti useranno i mezzi più celeri e fecondi di bene".

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