Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
23 ottobre 2019 * S. Giovanni da Cap.
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Cappella PaolinaAffresco di San Giuseppe voluto dal Beato Alberione nella Cappella Paolina, già sede provinciale, in Via Portuense a Roma
Seconda riflessione sul segreto paolino di riuscita preparata per il ritiro del 7 aprile 2019, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello, segreto applicato e valido anche per il Santuario stesso.

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Premessa

Pure in questo ritiro, come nel precedente, dovremmo riassumere le riflessioni per i mesi di marzo e aprile, seguendo lo schema che viene inviato dalla sede centrale.
Invece quest’oggi, pur non allontanandoci dai temi propostici, mi viene da fare una domanda con un gioco di parole: “Qual è il segreto del segreto di riuscita?”.
Ed è proprio a tal proposito che intendo presentare quanto ha scritto don Lamera nel 1996, a 25 anni dalla morte di don Alberione.

Sono riflessioni molto utili. Ci aiutano nel rispondere alla domanda che ci siamo fatta, rimanendo sempre ancorati al tema generale dell’anno.

Ma non solo è limitato a questo.

Il tema e gli effetti del segreto di riuscita hanno piena valenza pure per questo nostro Santuario, come dirò alla fine, riportando ancora una volta le parole di don Lamera.

Le riflessioni di don Lamera
La sera del 26 novembre 1971, prima che il Papa Paolo VI giungesse in Vaticano di ritorno dalla visita a don Alberione morente, egli rimetteva nelle mani di Dio Padre il suo spirito. L'orologio segnava le 18,26.

Le ultime parole, lasciate in eredità ai suoi figli, furono un invito alla speranza: "Muoio... Arrivederci, Paradiso!".

A 25 anni dalla sua morte, questo umile sacerdote, che ha riempito il mondo delle sue opere e ha dato alla Chiesa - come aveva asserito Paolo VI: "Nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni" - per molti resta ancora uno sconosciuto.

Almeno noi, membri di famiglia, chiediamoci quale sia stato il “segreto” del prodigioso sviluppo dell'Opera di don Alberione. Sono state pubblicate valide ricapitolazioni sulla sua vita e sulla sua missione. Ma restano pur sempre da scoprire altri aspetti e momenti degni di essere ricordati.

Don Alberione è l'unico Fondatore, nella storia della Chiesa, che ebbe la fortuna di vedere approvata e confermata da un Concilio Ecumenico la sua Opera.

Si deve convenire che certe anime di apostoli, alle quali il Signore affida una missione di luce e di guida, sono come gli astri che talora si eclissano, ma non si spengono; essi riappaiono trasfigurati nella luce di Dio e illuminano le nostre strade perché il procedere sia sicuro e la meta possa essere raggiunta.

Le parole di don Alberione
Un giorno, nel lontano marzo del 1918 – continua don Lamera - don Alberione parlando al piccolo gruppo di giovanetti che aveva accolto con sé, diceva: «Alzate gli occhi, mirate in alto: un grande albero di cui non si vede la cima; questa è la nostra casa, che è davvero un alberone; voi non siete che alle radici. La casa attuale infatti è soltanto la radice di questo grandissimo albero; voi siete ai piedi di una grande montagna; salitevi su, mirate l'orizzonte; è tutto il mondo».

Più che vedere, quei primi ragazzi credevano ciecamente al loro Padre e Maestro che qualche giorno prima li aveva stupiti dicendo così: «Due soli sono i miei fastidi: che io non sono ancora abbastanza buono e che voi non siete ancora abbastanza santi; tutto il resto non mi importa nulla, perché viene da sé. Venisse anche un terremoto a spianare la casa, questa risorgerà e si estenderà a tutto il mondo, nelle principali nazioni e durerà per secoli, perché Dio la vuole e vuole fare presto».

La Famiglia Paolina, novantadue anni fa, piccolo granello di senape piantato nel campo della Chiesa in Alba perché germogliasse, è oggi un "alberone" i cui rami sono estesi in tutto il mondo. E' infatti presente in 63 nazioni, comprese Russia e Cina.

Quando ci si ferma a riflettere sulle tante difficoltà superate e sui risultati raggiunti, non si può non avvertire che in questa crescita e in questa espansione vi è qualcosa di così sorprendente e, diciamolo pure, di così provvidenziale e divino che la mente non può non correre alla similitudine evangelica: "Il regno di Dio è simile al granello di senape...".

Questo esprimeva un gruppo di notissimi Vescovi stringendosi attorno a don Alberione, nella basilica di San Pietro, dopo la proclamazione del Decreto "Inter mirifica" sui mezzi di comunicazione sociale: "La sua Opera è un miracolo".

A ben considerare, veramente prodigioso è stato il concepirsi e il generarsi della Famiglia Paolina nell'anima di don Alberione: solo da Dio poteva venire la Luce e la necessaria Forza per attuarla.

Essa è stata prodigiosa nel suo nascere all'inizio della prima guerra mondiale, nel giorno stesso in cui tutta la Chiesa era nel dolore per la morte del santo Pontefice Pio X.

Essa è stata prodigiosa nel suo svilupparsi.

Un solo particolare: nell'immediato dopo-guerra 1915-1918, mentre ovunque si lamentava un calo di vocazioni, la Società San Paolo, in Alba dal 1922 al 1925, vedeva aumentare i suoi aspiranti da settanta a settecento.

Essa è stata prodigiosa nella sua espansione nel mondo.

Si pensi solo che i primi sacerdoti e discepoli, erano partiti per ripetere nelle varie nazioni quanto Dio, per mezzo loro, aveva operato in Alba. Non avevano a loro disposizione se non la benedizione del Fondatore, il mandato della sua obbedienza e la fede nella promessa del Divin Maestro: "Io sono con voi, non temete".

E perché fosse sempre più chiara la certezza che tutto e solo veniva da Dio, il Fondatore così scriveva ad un sacerdote in partenza per un Paese oltre oceano per dare inizio a una fondazione: "So che siete buoni a nulla, non vorrei che vi credeste buoni a qualcosa; questo io temerei, e temo e temerò".

Essa è stata prodigiosa nell'approvazione stessa da parte della Chiesa, cosa che la Provvidenza volle riservata sempre direttamente alla Persona dei Pontefici.

Quale il segreto?

Sappiamo che i miracoli li compie Dio e Dio solo, però egli esige da parte degli uomini disponibilità, cooperazione e totale fiducia.

Chiediamoci perciò quale fu e resta il segreto di questo miracolo vivente che non mancò di stupire per primi gli stessi Paolini.

Ecco, i due segreti del segreto: Fede e Tabernacolo.

Primo segreto: la Fede.
Tutto è possibile a colui che crede. E' la Parola di Gesù: "In verità vi assicuro, che se uno dirà a questa montagna: sollevati e gettati in mare e non esiterà in cuor suo ma crederà che quanto dice avvenga, avverrà".

La Famiglia Paolina è, prima di tutto, opera di fede evangelica. In un secolo di negazioni e di materialismo, don Alberione capovolse la mentalità corrente e puntò direttamente tutto e solo su Dio. Gli uomini hanno la "potenza", ma Dio è l'Onnipotente.

Egli credette come Abramo e insegnò ai suoi figli a vivere di fede. In tono di dolce rimprovero un giorno del lontano 1918 ebbe a dire ai suoi giovani: "Qualcuno di voi arriva fino a credere che Dio non ci lascerà mancare il pane, ma questa è una sciocchezza; bisogna credere che Dio compie e compirà cose ben più grandi per noi, se avremo fede in lui».

Espressione di questa fede/fiducia totale è il "Patto" che egli strinse con il Maestro divino, "Patto" che per tutti i paolini costituisce il "Segreto di riuscita".

Ecco come don Alberione ne parla ai suoi giovani nel 1917: «Io vi invito a fare con il Signore un patto: studiare un’ora e imparare per quattro; voi non potete attendere solo allo studio; dovete anche attendere all'apostolato e, tuttavia, voi dovete sapere più degli altri per la missione che Dio vi ha affidato nella Chiesa. Non si impara soltanto quando si studia; Dio è libero nel suo operare e vuole usare con noi anche altre provvidenze. Chi non è disposto a fare così, chi non ha questa fede, vada a studiare altrove, dove potrà studiare quattro ore e imparare per quattro ore».

Ed ancora: «Nella via della santità si può progredire per uno, per cinque e anche per dieci. Vi ho insegnato come si moltiplica il tempo dello studio; ora dovete imparare a moltiplicare la vostra corsa nella via della santità, in ogni sforzo dovete progredire per dieci, questo è il nostro "patto" con Dio, poiché il Signore vi chiamò ad una santità altissima che non potete raggiungere con le grazie ordinarie. Dio lo vuole, credete! Chi crede, correrà».

A pensarci bene, se esiste nel mondo un capovolgimento dei più comuni principi della sapienza umana, questo lo troviamo attuato in don Alberione.

Egli così scrive ancora: "Cominciare a costruire le opere di Dio con il denaro in tasca è una ingenuità... Questo è opera di banchieri, non di apostoli. Bisogna cominciare con la fiducia in Dio".

E, forte di questa fede, dà inizio alla fondazione dell'Opera, nel 1914, con settanta lire di debito, dicendo: "Godo nel sapere che siete sempre obbligati a fidarvi solo di Dio. Dio dà sempre abbastanza; nel portafoglio si potrebbe invece sempre trovare meno dell'occorrente, anche foste danarosi. Nessuno quindi al mondo è in condizione più privilegiata di voi".

E in altra circostanza: "Le Opere divine sono diverse dalle umane; le prime, quelle divine, hanno il vertice della piramide in giù; le seconde, invece, hanno la base in giù; perché le prime fissano la base in Dio; le seconde, sulla terra».

Don Alberione e i suoi figli hanno portato ogni giorno in cuore il grido di San Paolo: «Io so a chi ho creduto e sono certo...! Tutto posso in colui che mi dà forza».

Secondo segreto: il Tabernacolo.
Don Alberione stesso lo rivela ai suoi figli e figlie: «Siete nati dall'Ostia e finché l'Istituto si manterrà nello spirito della primitiva aspirazione, conserverà il suo vigore, continuerà a compiere la sua missione: luce dal Tabernacolo, forza dal Calice, grazie e guida dall'Ostia».

Non a caso la prima luce che brillò nell'animo del sedicenne Alberione per l'Opera che Dio lo chiamava a compiere, fu durante quattro ore di adorazione nel freddo duomo di Alba, nella notte tra i due secoli.

Con un'ora di adorazione nacque la Famiglia Paolina nel lontano 20 agosto 1914. Don Alberione aveva 30 anni, l'età di Gesù all'inizio della sua vita pubblica. Come il Divin Maestro, anch'egli cominciava con due discepoli: Tito Armani e Giovanni Costa.

Un'ora di adorazione tenne a battesimo nel 1918 il primo numero del "Cooperatore Paolino", e con un'ora di adorazione inizierà l'apostolato del cinema. "Siete nati dall'Ostia santa". La vita eucaristica è legge di vita paolina.

Tutta la Famiglia Paolina ha un'anima eucaristica, poggia ed è radicata, ha vita dal Maestro divino presente nel mistero eucaristico.

L'opera delle sante Messe quotidiane, insieme alle adorazioni ininterrotte davanti ai Tabernacoli sempre aperti, sono la linfa che alimenta la vita dell'Istituto.

Confortante certezza!

"Noi, dei Santi - scriveva il Beato Timoteo Giaccardo - siamo talora critici o storici o letterati come si fa di un monumento antico: eppure essi vivono in Gesù Cristo, non solo nella sua gloria, ma anche nelle sue preghiere e nella sua azione vivificante nella Chiesa, di modo che la missione da essi iniziata imperfettamente nella vita, si completa e perfeziona nella morte".

Questa certezza ci allieta e ci conforta perché il testamento spirituale di don Alberione diventa la nostra carta di credito presso Dio per la vocazione e missione a cui siamo stati chiamati: "Voglio essere un buon Paolino, almeno in cielo: lassù sarò fratello dei fratelli. Chiedo fin d' ora di soccorrere di là quanti useranno i mezzi più celeri e fecondi di bene".

Il segreto riferito ed applicato al nostro Santuario
Il segreto di riuscita, per altri aspetti, è valido anche per il nostro Santuario, cosa che abbiamo esperimentato in questi trent’anni da che è stata aperta al culto la chiesa, evento avvenuto l’11 giugno 1989.

In esso è valido per due motivi.

Il primo, perché è opera paolina e pertanto gode di quanto è avvenuto nell’intesa tra il Signore e don Alberione il quale, da sottolineare, ha avuto pure una particolarissima relazione con san Giuseppe.

Ci parla di questa relazione la rivista “Madre di Dio” del maggio 1996, in cui il vice direttore don Domenico Marcucci, scrive: “Don Alberione era particolarmente devoto di San Giuseppe. Nel suo nome di professione aveva voluto assumere quello di Giuseppe; a lui soprattutto si rivolgeva nei tanti momenti difficili e in particolare quando le cambiali scadevano e la cassa era vuota; la statua di San Giuseppe non doveva mancare mai sul tavolo degli economi delle case paoline”.

Don Alberione stesso lo conferma. Il 26 luglio 1930, ringrazia le Figlie di San Paolo per gli auguri, le preghiere e le offerte inviate in occasione del suo onomastico in occasione della festa di San Giacomo.

Poi prosegue dicendo che d’ora in poi si festeggerà come onomastico San Giuseppe, con queste testuali parole: “Se per San Giacomo, che non celebriamo più, avete fatto questo, per San Giuseppe, che sarà la nuova festa che festeggeremo, faremo tre volte tanto?

E’ capo di casa, della casa più santa! E’ provveditore universale! ... per la Chiesa, per lo spirito, per il corpo”.

Il secondo motivo, valido per il segreto di riuscita, sta nel fatto che questo luogo è stato favorito da un ulteriore dono di grazia, quello di avere la presenza del tutto privilegiata di san Giuseppe.

Questa presenza, se da una parte è piuttosto silenziosa, dall’altra è molto operante.

È stato sempre il medesimo don Lamera, nei suoi primi incontri avvenuti qui, a sottolineare tale verità. Ovviamente, anche in questo caso si tratta di credere, si tratta di restare in linea con l’esperienza di don Alberione, altrimenti non si riscontra nulla.

Abbiamo già detto come don Alberione a suo tempo ripetesse: “Se mettete in dubbio il segreto di riuscita, è meglio che usciate dalla Famiglia Paolina”; oggi qui direbbe: “Se mettete in dubbio la presenza operante di san Giuseppe in questo santuario, anche se lo frequentate, diventa molto limitata la sua grazia a vostro favore”.

A tale proposito, anche don Lamera non smetteva di sottolinearlo.

Voglio riepilogare alcune sue asserzioni pronunciate nei primi incontri: “Se volete i miracoli, dovete venire qui … Quando volete delle grazie importanti venite a trovare San Giuseppe … Quello che san Giuseppe farà qui, sarà grande, grande, grande!”.

Da notare bene che il triplice “grande!” non è solo per quanto si possa vedere – cosa che ha del prodigioso, nel giro di trent’anni! - ma soprattutto per quanto è avvenuto, avviene e avverrà nella vita e nelle coscienze dei devoti, se credono a questo.

A tal proposito, cito solo la semplice espressione pronunciata nell’omelia dell’11 marzo 1990: “Vedrai che arriveranno le macchine, gli ammalati, le mamme addolorate per i mariti infedeli (e viceversa, anche!), le grandi conversioni e il mondo degli operai che cambierà”.

Sono parole che richiamano quanto a suo tempo asseriva pure don Alberione: "Qualcuno di voi arriva fino a credere che Dio non ci lascerà mancare il pane, ma questa è una sciocchezza; bisogna credere che Dio compie e compirà cose ben più grandi per noi, se avremo fede in lui».

Proseguiamo nelle asserzioni di don Lamera: “Tenete caro san Giuseppe, tenete caro Spicello, non come paese ma come Santuario di san Giuseppe e della sua opera … Venite qui qualche volta in pellegrinaggio, specialmente quando avete delle difficoltà di famiglia”.

E poi, la sua insistenza per una collaborazione, per farvi qualcosa: “Io ringrazio quelli che hanno creduto ed invito tutti a credere ed a fare qualcosa per la chiesa e per la casa di san Giuseppe. San Giuseppe vi ha regalato una sua casa, volete prenderne cura, e lavorarci un po’ tutti, contenti di fare qualche cosa per questa casa di san Giuseppe?”.

In particolare ed in maniera più estesa, riporto quello che ha detto nella già citata omelia dell’11 marzo 1990: Nel Vangelo si legge che Gesù a Nazareth non ha potuto compiere miracoli perché i suoi cittadini nazaretani non credevano in lui. Si stupivano di lui, ma non credevano.

Che non capiti a Fano, questo! Proprio a Fano c’è della gente che non crede a san Giuseppe ed egli non può fare miracoli.

Qui ancora c’è gente che discute questa casa, che discute la chiesa. Si meraviglia che ci sia, ma qui non ci viene. Guardate che san Giuseppe non opera miracoli, ma la colpa è vostra come per i nazaretani. Ricordatelo bene! Detto una volta per sempre!”.

In un altro incontro ha insistito sulla collaborazione, con queste parole: “Se volete bene a san Giuseppe, collaborate in qualche modo, almeno un’ora ogni tanto, a mantenere questa casa che ci ha dato, a renderla sempre più operante.

Io vi chiedo collaborazione, per mantenere bella e sempre più bella e sempre più efficiente, per la grazia, quello che san Giuseppe, nostro papà, ci ha donato. Avete capito bene?

Implicitamente, poi, ha fatto comprendere un aspetto del segreto di riuscita, relativo al personale vantaggio, con queste parole: “Se venite a collaborare per san Giuseppe un’ora al mese - due, se potete - con quelle due ore sarete pagati molto di più del mensile che vi pagano i vostri “signori padroni”.

Se credete è così, se non credete, pace; chi ci rimette siete voi.

Qui troverete sempre qualcosa da fare e sarete ‘super pagati’ dal capo di casa. Ho scritto questo quando, stanotte, dormivo bene!

Come può Gesù non ricompensare quelli che aiutano suo papà! Lo capite questo? Tu fai qualcosa per san Giuseppe mio papà, che ha lavorato tutta la vita per me, come faccio a non darti le grazie!”.

Ovviamente e tanto più, la collaborazione per la buona riuscita si estende sul piano pastorale e sulle iniziative che si stanno progettando perché questo luogo diventi un centro di formazione familiare e vocazionale, tale che non sia limitato solo al nostro territorio, ma sia esteso ad un più ampio raggio.

In tutto questo, sia nella collaborazione di volontariato, sia nelle offerte, sia nell’impegno esercitato sul piano apostolico e pastorale, dove sta il segreto dei segreti?

Ancora una volta: la Fede ed il Tabernacolo.

Il primo: la Fede. Si tratta dell’impegno per fare un serio cammino formativo, un serio cammino di santificazione, credendo alle parole evangeliche: “Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, tutte queste cose vi saranno dato in aggiunta”.

Il secondo: il Tabernacolo. Proprio per questo vi è il segno tangibile che è mostrato dalla Cappella dell’Adorazione: in essa si riflette, si prega senza sprecare parole, ci si ferma per avere luce, per trovare conforto e forza. Questo anche per non dimenticare la nostra origine, come sottolineava don Alberione, nelle espressioni pocanzi riportate: «Siete nati dall'Ostia e finché l'Istituto si manterrà nello spirito della primitiva ispirazione, conserverà il suo vigore, continuerà a compiere la sua missione: luce dal Tabernacolo, forza dal Calice, grazie e guida dall'Ostia».

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