Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
18 novembre 2019 * S. Frediano vescovo
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Io sono la luceQuarta riflessione sul segreto paolino di riuscita preparata per il ritiro del 14 luglio 2019, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello, con riflessioni sulla chiamata ad essere luce.
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Premessa
Prima di entrare nell’argomento, mi collego a quanto abbiamo riflettuto le volte scorse in merito alla moltiplica e che oggi, come appena pregata, è formulata in maniera generica, senza specificazioni di cifre.
Non così è stato all’inizio. Il testo pregato per la prima volta il sette gennaio 1919, divenuto ufficiale nella prima edizione del 1922, si esprimeva così: “Gesù Signore, accettate il patto che vi presentiamo a mano di San Paolo e di Maria Regina degli Apostoli.

Noi dobbiamo acquistare un grado molto elevato di perfezione, maggiore di quello raggiunto dai religiosi di vita contemplativa: eppure le nostre pratiche saranno meno numerose; noi dovremo avere una scienza più larga di quella richiesta da ogni altra professione: eppure le ore del nostro studio saranno più poche; noi dobbiamo riuscire nel lavoro per la stampa più di ogni altro tipografo: eppure lavoriamo meno degli altri e con maestri imperfetti; noi dovremo essere materialmente, quanto a vitto, vestito, ecc. ben provvisti: eppure le nostre risorse sono quasi nulle.

Perciò, persuasi che Voi volete da noi tutto questo, facciamo con Voi, un patto, che sgorga dalla confidenza, che abbiamo in queste vostre parole: «Qualunque cosa chiederete in nome mio l’avrete».

Per parte nostra promettiamo e ci obblighiamo:

1) a fare ogni nostro possibile nello studio, lavoro, preghiera e per praticare la povertà;

2) a fare tutto e solo per la vostra gloria;

3) a lavorare un giorno per l’apostolato stampa.

Preghiamo Voi a darci la scienza di cui abbiamo bisogno, la santità che Voi esigete da noi, l’abilità al lavoro che ci è necessaria, quanto è utile ai nostri bisogni naturali, in questo modo: facendoci imparare il quattro per uno, dandoci di santità il dieci per uno, di abilità al lavoro il cinque per uno, di beni materiali il sei per uno.

Certissimi che Voi accettate il patto, anche per la prova di vari anni, Vi chiediamo perdono della nostra poca fede e della nostra infedeltà, e Vi preghiamo a benedirci ed a renderci fedeli e costanti fino alla morte”.

Questo valeva per i componenti di allora ed estendibile a tutti i membri della Famiglia Paolina.

Per se stesso, invece, don Alberione si era riservata una moltiplica diversa, molto più alta, espressa con queste parole:

“Gesù Maestro, accettate il patto che vi presento per mezzo di Maria Regina e di san Paolo.

Sono creato per compiere tutta la vostra volontà, darvi gloria, farmi santo e predicare la vostra volontà, procurarvi gloria, fare dei santi. Fare il ministero e l’apostolato di oggi e prepararvi santi ministri ed apostoli.

Glorificare voi, Gesù Maestro, il titolo di Regina Apostolorum e san Paolo.

Avete scelto il pessimo, l’ignorante, il debole… ma voi vedete come è stata finora l’infelice mia vita … Voi siete la risurrezione e la vita. Avete detto: “Qualunque cosa chiedete…”.

Siete la Via, la Verità, la Vita. Vi chiedo che sia compiuto tutto il vostro disegno nel crearmi e chiamarmi, che ogni mia buona azione renda almeno il 100.000 per uno per la vostra gloria, per la mia santità e che altri mi suppliscano; che il mio ministero ed apostolato rendano il 1.000 per uno perché siano glorificati Gesù Maestro, la Regina, san Paolo; che lo studio ed i mezzi dell’apostolato rendano il 100 per uno.

Da parte mia solo e sempre le tre intenzioni: la vostra gloria, la mia salvezza e quella delle anime; che si compia prima di morire tutta la vostra volontà; in pareggio con i doni e grazie ricevute; a vostra gloria su gloria, a mia umiliazione come meritata.

Ho sola paura e timore di me stesso; dell’io, nemico di Dio. Fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra, a mio riguardo”.   

La guarigione miracolosa

Ciò premesso, oggi iniziamo la nostra riflessione prendendo in considerazione una delle espressioni che troviamo nel volume di “Abundantes divitiae gratiae suae”.

Sappiamo che tale volume è un documento "fondante". Esso mette in luce l’azione dello Spirito Santo nella vita del Fondatore, divenendo per tutta la Famiglia Paolina un continuo richiamo per rimanere nella fedeltà originaria.

Ebbene, in esso vi è narrato un fatto che è avvenuto nel 1923, durante una malattia dalla quale don Alberione ne esce guarito in maniera misteriosa e miracolosa, cosa di cui in seguito dirà come sia avvenuto per la potente intercessione di san Paolo.

A tal proposito, così racconta un confratello paolino.

“A 30 anni compiuti Don Giacomo Alberione, fonda la ‘Tipografia Piccolo Operaio’.

E' il 20 Agosto 1914: sono gli inizi della grande Famiglia Paolina.

Ma 9 anni più tardi, dopo la morte della mamma, si ammala gravemente di tubercolosi polmonare. Appena si sente senza febbre e con un poco di forza, si comporta come se fosse robusto e in perfetta salute.

Succede allora una ricaduta nella malattia, peggiore di prima: questa altalena si ripete diverse volte.

I medici sono sempre più pessimisti: gli danno ancora un anno e mezzo di vita, e poi si riducono a concedergli ancora qualche mese.

Don Giaccardo, il fedele collaboratore, pensa a trovargli un luogo di cura fuori di Alba. Viene scelto Benevello, presso il Parroco, amico e benefattore della Società San Paolo e specialmente di Don Alberione.

Se questo non fosse bastato si sarebbe poi pensato ad un sanatorio per tubercolotici”.

Sempre sullo stesso argomento, così racconta una suora Figlia di san Paolo.

“Qualche tempo dopo l'arrivo delle Figlie di San Paolo da Susa ad Alba, il Signor Teologo va a predicare in un paese della diocesi; sale sul pulpito sudato, e si trova tra una corrente di aria fredda. Tornato a casa si mette a letto. I medici consultati dicono che si trattava di una tubercolosi. Il parroco di Benevello disse di essere contento di ospitarlo in casa sua, purché qualcuna delle Figlie di San Paolo andasse a fargli da infermiera. La sorte è toccata a me.

Si parte su di una vettura, nel mese di luglio del 1923, e stiamo là tutto il mese di agosto.

Il signor Teologo non celebra più la Messa e neppure può recitare il Breviario. Sta per quindici giorni a letto e fa la Comunione a letto. Ogni giorno si fa leggere un brano del libro degli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio, che si era portato appresso.

Leggevo fino a quando lui mi dicesse: «Basta ora, ne ho fino a domani».

Aveva perso la voce, e aveva sempre la febbre. Non dimostrava segni di miglioramento. Se io piangevo, mi diceva: «Perché piangi? Non sai che al mio posto verrà uno che farà meglio di me!».

Soleva anche ripetere: «Non potendo più tornare in comunità, a causa del mio male, che mi costringe a stare isolato, andrò al Cottolengo di Torino, e là finirò i miei giorni».

Un sacerdote paolino venuto a trovarlo lo sgrida per questi discorsi che faceva anche a lui. Da quel giorno non parla più di an­dare al Cottolengo.

Quando si sente un po' meglio, comincia a scrivere le Costituzioni della Società di San Paolo, usando per questo una matita che gli avevo prestato.

Nel pomeriggio andava un poco nella chiesa parrocchiale; di seguito ricomincia a celebrare la Messa. In settembre ritorniamo ad Alba.

Purtroppo, vi sono ancora strascichi e ricadute nella malattia.

Ma un bel giorno, dopo aver avuto una visione di Gesù Maestro, non ne vuole più sapere né di medici né di medicine, e comincia a lavorare come prima e anche più di prima.

A qualche confidente dirà che sarebbe vissuto ancora, per almeno altri quarant'anni”.

È quello che ha raccontato la suora, ma cosa era avvenuto nel frattempo?

Da altre fonti e da altre pagine dell’Abundantes divitiae, sappiamo che gli era apparso il Divin Maestro e che aveva pronunciato queste parole: "Non temete, io sono con voi. Di qui voglio illuminare. Abbiate il dolore dei peccati".

Sappiamo che tale espressione si trova scritta nelle chiese e cappelle paoline di tutto il mondo e che sono considerate quali facente parte del “Segreto di riuscita”.

Ovviamente del fatto ne parla con il suo direttore spirituale, il canonico Chiesa, facendogli notare in quale luce la figura del Maestro fosse avvolta.

Gli risponde: «Sta' sereno; sogno o altro, ciò che è detto è santo; fanne come un programma pratico di vita e di luce per te e per tutti i membri».

Voi siete la luce

Per la riflessione di oggi, ci limitiamo ad estrarre solo quella del: “Di qui voglio illuminare”.

Come è da intendersi?

Don Alberione lo spiegherà in seguito.  Dirà che è da intendersi in questo modo: “Io sono la vera luce, ma voglio servirmi di voi per illuminare; vi do questa missione e voglio che la compiate”.

Don Alberione intuisce e comprende subito che, per tirar fuori dalle tenebre dell’errore gli uomini del nostro tempo, deve creare qualcosa di nuovo, deve servirsi dei nuovi mezzi di comunicazione, a cominciare dalla stampa, perché diventino come un faro di luce per inondare il mondo delle Verità di Dio.

Ora vogliamo riflettere sul significato e l’importanza di questa luce.

La luce spirituale, di cui stiamo trattando, è analoga a quella che si manifesta sul piano fisico e temporale, senza della quale ogni elemento di natura morirebbe. Se per un certo aspetto non può mai mancare l’acqua, dall’altro non può mai mancare la luce.

Altrettando è sul piano della conoscenza di Dio, dei suoi insegnamenti e della sua volontà. Proprio per tale motivo, il tema della luce pervade tutta la Bibbia, manifestandosi in diverse rivelazioni.

Tutta la Bibbia, infatti, procede e la si comprende meglio evidenziando questo aspetto fondamentale della luce. Ne facciamo una scorsa e l’applichiamo, di mano in mano, alla al carisma di don Alberione.

Prima rivelazione della luce

Essa comincia dalla definizione che Dio dà di se stesso, come si esprimerà l’evangelista Giovanni: “Dio è luce, in lui non vi sono tenebre”.

La creazione stessa è vista come il trionfo della luce sull’oscurità, come immagine della vittoria di Dio sulle forze del caos, della confusione e della morte.

Dunque, se Dio è luce, guai a noi se non viviamo nella luce!

Si tratta di impegnarci ogni giorno per vincere la lotta tra il bene e il male, cioè tra la scelta di Dio, in quanto luce che rischiara la nostra esistenza, e la scelta di quanto gli si oppone, cosa che fa cadere nella tristezza ed infelicità, che sono il frutto delle tenebre.

Ebbene, in forza di questa prima rivelazione di Dio che si manifesta nella creazione, Don Alberione mette il suo impegno per "creare" qualcosa di nuovo a vantaggio degli uomini del suo tempo e di ogni tempo, proprio per poterli riscattare dalle "tenebre" del male e del peccato, e poterli trasferire nello splendore della luce.

Comprende che si tratta di realizzare questo attraverso un nuovo stile di evangelizzazione, quello fatto attraverso i nuovi mezzi che la scienza e la tecnica di mano scopriranno.

È vero che ogni strumento per se stesso sarebbe neutrale, potrebbe essere utilizzato bene ed anche e purtroppo, come il più delle volte avviene, utilizzato malamente.

Non avviene questo anche nell’ambito della creazione in genere?

In Genesi si legge che quanto Dio ha creato è cosa buona, ed è affidata all’uomo perché fosse collaboratore della creazione stessa, con l’incarico di perfezionarla, nel senso di farla proseguire per il meglio.

Purtroppo, soprattutto oggi più che mai, ci rendiamo conto che l’insensatezza dell’uomo, causata dall’egoismo e dagli interessi, anziché perfezionarla, la sta manipolando e distruggendo.

La stessa conclusione vale per tutte le invenzioni e per tutti i nuovi mezzi di comunicazione.

Trasferendo l’uso di questi mezzi sul piano di un servizio spirituale di luce, sta a noi farne uso positivo, soprattutto a servizio del Vangelo.

Seconda e terza rivelazione della luce

Anche la seconda rivelazione che Dio fa di se stesso è contrassegnata dalla luce.

Si manifesta attraverso la fiamma del roveto ardente, di quel roveto che bruciava e che non si consumava. È attraverso di essa che il Signore rivela a Mosè il suo nome, come leggiamo in Genesi: "L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto... Dio disse a Mosè: Io sono colui che sono!".

In forza di questo nome, lo manda a liberare il popolo schiavo in Egitto, anche e nonostante che Mosè sia riluttante, per il fatto che si sente incapace a compiere la missione stessa.

La medesima luce poi, sotto forma di colonna di fuoco, accompagnerà e guiderà il popolo lungo il deserto.

Ebbene, anche a don Alberione è rivelata tale tipo di luce. Si tratta della sua esperienza di fine secolo, della luce proveniente dal Tabernacolo, ricevuta in quella notte di adorazione. Lo illumina per il cammino di un nuovo stile di evangelizzazione.

Anche lui, come Mosè, si sente incapace, come poi si esprimerà nel “Segreto di riuscita”. Ma il Signore, attraverso la visione di cui abbiamo pocanzi parlato, lo assicurerà a non temere nulla, mai, perché lo accompagnerà e lo guiderà, sempre.

Quarta e quinta rivelazione della luce

Questa avviene sul monte Sinai, nella cornice chiassosa di "fulmini, tuoni".

Anch’essa appartiene al contesto della "luce" in quanto esprime, attraverso la potenza di questi fenomeni, la forza e l’efficacia della Parola del Signore e che subito verrà presentata nei dieci comandamenti, allo scopo di illuminare il cammino dell’uomo.

Ma nel contempo è anche una voce di sottile silenzio, come in tempi successivi si manifesterà al profeta Elia.

In questa seconda rivelazione Dio esprime l’efficacia del suo agire non più attraverso il terremoto, il fulmine e il fuoco, ma come un “mormorio di vento leggero”, o meglio “come una voce di sottile silenzio”.

Probabilmente questo "silenzio sottile" appariva inquietante al profeta Elia, che era impaziente ad agire e distruggere. Invece, voleva portare a lui un significato più profondo, che avrebbe dovuto scoprire e che avrebbe trovato solo dentro di sé.

È pure quello che ha scoperto don Alberione, e che non dovremmo mai finire di riscoprire neppure noi.

Dobbiamo riscoprire che l’evangelizzazione, anche se fatta con i nuovi strumenti di comunicazione, trova la sua piena efficacia non nelle proprie capacità e nel personale efficientismo, non è limitato ai mezzi che vengono adottati, e quindi non nel sofisticato brusio di stampanti, non nella velocità del computer, non in qualsiasi altro mezzo oggi di moda.

Tutto questo può essere utile, tutto si può ed è bene adoperare, purché il tutto rimanga nel proprio alveo, nel pieno rispetto di una gerarchia di valori.

Guai a divenirne schiavi! A quante persone, purtroppo, avendo dimenticato il telefonino a casa, cade il mondo!

Quante persone non possono stare neppure mezz’ora senza consultarlo, e questo anche durante una riflessione ed una celebrazione!

Ecco perché si tratta di credere maggiormente al valore del silenzio interiore, coltivato dalla Parola di Dio, dalla riflessione, dando l’adeguato tempo alla preghiera. Solo allora ogni mezzo, se bene utilizzato, diventa fonte di evangelizzazione vera ed efficace.

Ed ecco perché don Alberione ripeteva: "Maledetto lo studio e l’apostolato per i quali si tralascia la preghiera".

Ultima rivelazione della luce

Siamo ora all’ultima rivelazione che Dio fa di se stesso, quale luce vera. Essa avviene mediante il suo Figlio Gesù. Si tratta del gesto più intenso dell’amore di Dio e che consiste nell’offrire il suo Figlio Gesù a noi e a tutta la creazione.

È quello che dice Giovanni nel suo prologo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”.

È anche quello che poi esprimerà Gesù: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

Le sorti del mondo sono poste solo nella persona di Gesù. Si tratta di aprirsi alla sue luce opponendosi alle tenebre, come leggiamo in Giovanni e pocanzi già detto: “Dio è luce, in lui non vi sono tenebre”.

Proprio per questo, il programma di Don Alberione è quello di imitare Dio Padre che dona al mondo il Figlio Gesù.

Questo non limitato a qualche aspetto di lui, ma nell’interezza della sua persona, come si è rivelato. Ed ecco il suo programma: “Dare agli uomini Gesù Cristo Via, Verità e Vita".

Egli ben sapeva che solo con Gesù è possibile irradiare la luce al mondo e che solo in Gesù è possibile sperimentare la luce e la forza del vangelo che salva e rende liberi.

Ecco perché il Gesù di Alberione viene presentato nei lineamenti del Maestro e del Pastore.

Il primo titolo, quello di Maestro, esprime il suo ruolo di "luce" dei cuori e delle menti; il secondo, quello di Pastore, esprime il suo ruolo di "guida" dell’uomo per aiutarlo a camminare sempre nella luce.

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