Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
21 settembre 2019 * S. Matteo apostolo
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Abbiate il dolore 2019Quinta riflessione sul segreto paolino di riuscita preparata per il ritiro del 8 settembre 2019, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello, con riflessioni sulla chiamata a vivere in continua conversione.
Per il documento: clicca qui

Premessa
Se la scorsa volta ci siamo soffermati sull’aspetto della “Luce”, partendo da quanto Gesù aveva detto a don Alberione: “Di qui voglio illuminare”, oggi ci soffermeremo sull’aspetto della “Conversione”, partendo dall’espressione immediatamente successiva: “Abbiate il dolore dei peccati”.

Però, prima di addentrarci e riflettere su tale argomento, continuiamo a fare alcune riflessioni generali sul “Segreto di riuscita”.

Ci sono di quelli che, con un certo orgoglio, affermano di recitare ogni giorno l’appropriata formula. Nulla da dire, fanno bene!

Però, come ho detto altre volte, non siamo di fronte ad una formula magica dalla sorprendente e subitanea efficacia, tale che con il semplice pronunciarla produce immediatamente i suoi effetti benefici.

Don Alberione, proprio a tal proposito, sottolinea che il patto: “Non si dice, ma si fa, non si racconta, ma si vive”.

Pertanto, non si tratta tanto di recitare una formula, quanto di fare una esperienza viva, mettendoci ad occhi chiusi nelle mani di Dio, perché ci fidiamo totalmente di lui.

A tal proposito, potremmo considerare il patto come uno strumento che ci mette alla prova, che serve per valutare il grado della nostra fede, che serve per farci comprendere che con la fede vissuta al massimo livello, tutto diventa possibile. Con essa esperimenteremo prodigi e miracoli.

Questo vale sia per la santità personale, sia per l’azione apostolica; vale per in ogni situazione, anche per quelle che umanamente risultano inspiegabili.

In altre parole, si tratta di credere fermamente e di mettere in pratica quanto ha affermato Gesù: “Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Davanti a tale parole, pertanto, dobbiamo tener presente che il segreto, visto nel suo significato profondo, non è un privilegio paolino, ma è vangelo. Perciò è valido per ogni cristiano, ovviamente al grado di fede che egli esercita.

Noi siamo tra i più fortunati, perché don Alberione, avendone avuta tantissima, ha ottenuto la grazia di una moltiplica per tutti i suoi figli spirituali.

Naturalmente anche per noi, essa acquista la sua efficacia in proporzione al come ci crediamo e al come ci impegniamo nel compimento di ogni dovere, sia personale che familiare, sia lavorativo che comunitario.

La Famiglia Paolina è un “Alberone”

Ora, prima di addentrarci a riflettere sull’argomento scelto per oggi, desidero fermarmi su un gioco di parole che utilizzava don Alberione.

Se i suoi antenati si chiamavano “Albrione”, divenuto poi “Alberione”, egli a sua volta, riferendosi alla Famiglia Paolina, dirà che essa diventerà un “Alberone”. Con questo intendeva dire che la Famiglia Paolina, composta dai dieci rami, sarebbe divenuta un grande albero, con una chioma estesa in tutto il mondo.

Vediamo di comprendere questa previsione, ripercorrendo la storia dei suoi antenati.

Siamo nel 1200, allorquando comincia la genealogia degli “Albrione”. Si tratta di una discendenza nobile acquistata, secondo l’uso del tempo, attraverso prodezze cavalleresche.

Questa discendenza, insieme ad altri diritti, aveva anche quello dello “Stemma” sul quale era inciso questo motto: “In te Domine speravi” cioè: “Pongo in te, o Signore, la mia speranza”.

In realtà, il motto non sembrava proprio adatto per loro, perché di fatto non confidavano nel Signore, ma solo in se stessi, vista la loro altezzosità, il loro orgoglio, la loro ambizione e la loro prepotenza.

Pur tuttavia, ci chiediamo, è un motto che sa forse di profezia?

Senza “forse”. Lo affermiamo in vista di un loro discendente di nome Giacomo, che dopo secoli, avrebbe scelto veramente di confidare solo nel Signore.

Cosa è avvenuto lungo i secoli successivi?

Verso la fine del 1500, il ramo degli “Albrione”, che aveva goduto della nobiltà per trecento anni, perde tali titoli nobiliari. Per esso e per la discendenza i titoli in parola non contano più nulla; pur tuttavia rimangono assai ricchi, sono in possesso di molti terreni che, come padroni, fanno lavorare ad altri, ai così detti garzoni.

Però successivamente capita un altro imprevisto. Verso il 1830, a causa di un discendente di nome Policarpo, il quale oltre ai tanti difetti aveva anche quello di essere manesco, per un suo comportamento sconveniente, avviene la fine degli “Albrione”, sia in quanto nobili, sia in quanto ricchi possidenti.

Ormai, tutti gli orgogli della nobile e ricca famiglia sono tramontati. Al ramo rimane solo il titolo di “Contadini”.

Visto nell’ottica umana è un chiaro declassamento, ma nella fede è stata una vera provvidenza perché, essendo Dio a condurre la storia, egli ha saputo scrivere diritto anche sulle righe storte.

Infatti, cosa avviene nel frattempo?

Sette anni dopo, nel 1837, nasce Michele, che sarà padre di Giacomo Alberione.

Il giorno del matrimonio con Teresa Allocco, firma il documento – non sappiamo se per errore o per scelta – sottoscrivendosi non più col cognome di “Albrione” ma con quello di “Alberione”.

Da quel momento, così risulterà all’anagrafe.

Gli ambiti del segreto

Ciò premesso e narrato a titolo di cronaca storica, continuiamo la nostra riflessione.

Quali sono stati gli ambiti del segreto di riuscita?

Il primo ambito è stato lo studio. I giovani che seguivano don Alberione dedicavano diverse ore all’apostolato, lavorando in tipografia. Al termine dell’anno, inevitabilmente, arrivavano non del tutto preparati, avendo studiato meno di altri.

Questo non era accettabile, dal momento che la missione paolina – da compiersi attraverso i mezzi di comunicazione - richiedeva una preparazione intellettuale almeno pari, se non superiore, a quella dei membri di altri istituti.

Allora non c’era altra via d’uscita che prendere alla lettera la parola di Gesù: “Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete”.

Ecco come don Giaccardo riporta nel suo diario le parole pronunciate da don Alberione in quel 13 marzo 1918:

“Ieri nel sermoncino della sera il caro Padre ci parlò della studio.

Per imparare vi è anche la via di ricevere immediatamente da Dio, e non solo quella di studiare.

Per tutti vi è questa via, ma per noi molto di più. Perché?

Perché noi abbiamo bisogno di sapere molte cose per la nostra missione, ma abbiamo poco tempo per studiare, perché abbiamo anche da lavorare. Pertanto il Signore deve darci la scienza senza studiare; e noi, con quattro ore di studio, dobbiamo approfittare di più che gli altri studenti in otto ore.

 Perciò con il Signore bisogna fare i patti chiari e con molta semplicità.

Chi non è disposto a far così – continua il Giaccardo – chi non ha questa fede, vada a studiare altrove, dove potrà studiare quattro ore per imparare per quattro”.

 In data successiva, il 26 gennaio 1919, don Alberione estende il campo di azione del “Segreto” pure alla santità, la quale deve essere maggiore di quella richiesta a qualsiasi altro stato di vita, compresa quella riferita alle persone appartenenti ai così detti stati di perfezione.

E non solo per questo, ma anche per il fatto di dover esercitare l’apostolato specifico della buona stampa.

Ed ecco ancora il Giaccardo che riporta le parole di Alberione:

“Vi ho insegnato come si moltiplica il tempo dello studio; ora dovete imparare a moltiplicare il corso sulla via della santità.

In ogni sforzo dovete progredire per dieci. E perché questo?

Perché il Signore vi chiama ad una santità altissima a cui non potete giungere con le sole vostre forze e con le grazie ordinarie. Nella via della santità si può progredire per uno, per cinque e anche per dieci.

Il Signore vi chiama ad una santità altissima.

Non basta come i seminaristi, come i preti, come i frati che vivono nei conventi?

No, non basta, perché Dio ha collocato in voi un tesoro senza prezzo, un tesoro che gli angeli invidiano: la vocazione alla buona stampa.

Sulla vostra coscienza pesano un milione, tre milioni, dieci milioni di anime: ecco perché dovete essere molto santi e molto più santi dei sacerdoti ordinari.

Si tratta di salvare molte anime, di salvare dieci milioni e non di salvarne un milione solo. Ed io vi dico che un buon giornalista ne salva di più.

Ma il Teologo è matto, direte voi! Non sono matto: quando parla Alberione può essere matto, ma quando parla vostro padre, quale sono adesso, vi dico che non sono matto”.

Ravvivare lo spirito del “Patto”

Come applicare tutto questo a noi, nel nostro oggi e nell’uso degli strumenti di comunicazione dell’oggi?

In una cultura avanzata come la nostra, potrebbe sembrare qualcosa di superato il patto allora formulato, considerandolo una ingenuità infantile, valida solo per quei tempi, in quanto si trattava dell’inizio della Famiglia Paolina, quindi ancora giovane, senza una diretta esperienza con la realtà.

Chi pensasse così, vuol dire che non ha capito nulla del contenuto che don Alberione ha voluto trasmettere. Egli ben conosceva la Bibbia, ben sapeva come gli Ebrei facilmente dimenticavano l’Alleanza che il Signore, sul Monte Sinai, aveva contratto con loro.

Tutto quello che capitava loro, tutte le avversità che incontravano per essersi allontanati da Dio, dimenticando il patto, doveva servire per riscoprire le radici dell’Alleanza stessa.

Anche ai nostri giorni, c’è proprio un bisogno urgente di ravvivare e rimettere in moto la fede delle origini. Ma questo non fa meraviglia. Sin dai tempi di san Paolo, questo è stato necessario.

Infatti, sappiamo come raccomandasse a Timoteo, alla fine della prima lettera: “Custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obbiezioni della così detta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede”.

Agli inizi della seconda lettera, gli dirà: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mani”.

Ebbene, anche noi siamo invitati da Paolo a custodire il bene prezioso del carisma che ci è stato affidato per l’appartenenza alla Famiglia Paolina; a non perderci in parole e questioni inutili, ma a mantenere vivo, con una fede genuina ed una carità operosa, quanto gratuitamente abbiamo ricevuto in dono.

Da non dimenticare mai che il Maestro Divino continua ad essere con noi e che mai ritira la sua promessa fattaci: “Non temete! Io sono con voi”.

 Questo ci fa prevedere nuove grazie, forse miracoli; basta che riusciamo a vivere nell’atmosfera suggerita dal Fondatore: “Sempre procedere con fede”.

Però ci vogliono alcune condizioni, quelle di riconoscere il nostro nulla, le nostre incapacità, e perciò contando solo e in tutto su Dio, proprio alla maniera dell’espressione di Paolo: “Da me nulla posso, ma con Dio posso tutto”.

Ovviamente, se questo è dono di grazia, va unito ad esso anche il nostro impegno per farlo fruttificare, cosa che si attua quando cerchiamo unicamente il regno di Dio e la salvezza delle anime.

La Famiglia Paolina è stata una storia di continui prodigi operati nella fede, asserisce più volte don Alberione.

Ora, non possiamo pensare che tali prodigi siano la storia di un passato, ma possono ripetersi, devono ripetersi e, di fatto, si ripetono anche nell’oggi, in proporzione al fatto di sentire la nostra inadeguatezza e incapacità.

Inadeguati non solo nell’apostolato attraverso la buona stampa, come era necessario allora, ma inadeguati anche di fronte alle grandi sfide del mondo digitale di oggi.

Queste sfide di fatto esistono e non possiamo ignorarle. Non serve a nulla lamentarci e disapprovare tale mondo, non serve solo rattristarsi per il cattivo uso che se ne fa.

Questo va bene, dobbiamo detestare quello che non va, ma bisogna pure agire; per lo meno agire sia per riparare, sia per iniettare un po’ di bene.

Dovrà essere nostro impegno, per quanto ci è possibile e rimanendo nello spirito delle origini, utilizzare tutte le invenzioni solo a servizio del Vangelo, cercando di utilizzarle immettendovi, come detto, una specie di contro veleno a vantaggio della gente sbandata di oggi, la quale, appunto, usa malamente tali mezzi.

Però, per rispondere a queste sfide, abbiamo bisogno più che mai di vivere sino in fondo lo “Spirito del Patto”.

Si tratta, pertanto, di entrare nell’appropriata riflessione di oggi, quella di avere il dolore dei peccati.

Abbiate il dolore dei peccati

Cosa vuol dire avere il dolore dei peccati?

Oggi diciamo solo qualcosa, nell’attesa del prossimo incontro in cui riprenderemo la riflessione sotto un’altra angolatura.

L’espressione viene dal latino “Poenitens cor tenete”, cioè: “Tenete un cuore penitente”.

Ecco cosa Don Alberione scrive in proposito:

“Il dolore dei peccati significa un abituale riconoscimento dei nostri peccati, dei difetti, delle insufficienze. Distinguere ciò che è di Dio da quello che è nostro: a Dio l’onore, a noi il disprezzo”.

Nella prassi cristiana, spesso l’avere un cuore penitente, è tradotto col fare penitenza, esprimendolo con atti esteriore, quali: rinunce, astinenze, sacrifici, fioretti, digiuni. Non che questi atti siano da escludere, anzi ne sono il segno - senza dire che nel contempo ci fortificano - ma non hanno pieno valore per se stessi.

Ecco, in proposito, le parole precise di Alberione:

“Andate sempre adagio coi cilici, le catenelle, i digiuni. I vostri digiuni siano: il dolore dei peccati; il riposo moderato e ridotto al necessario per vincere le tentazioni; la mortificazione della lingua e della gola; la vita comune. Se poi aggiungerete l'apostolato fatto col massimo impegno ed interesse, vedrete quante occasioni di mortificazione vi verranno poco per volta!”.

In altre parole, si tratta di non avere la durezza di cuore, quella che potremmo definire la “sclerosi” del cuore. Sappiamo che la sclerosi è la chiusura delle arterie, per cui il sangue non fluisce con rapidità nel nostro organismo, con grave rischio per la salute.

Quand’è che nella nostra vita spirituale si vive la sclerosi del cuore?

Quando questa sclerosi influisce negativamente nel nostro cammino di santità, e sul nostro apostolato?

Avviene quando non ci rivolgiamo più alla Parola di Dio, quando non siamo più alimentati da tale Parola, per cui, anche se proclamata dalla nostra bocca, non arriva facilmente ed efficacemente nel cuore di chi ascolta.

Di fatto, con tale atteggiamento, si rischia il fallimento di se stessi con effetto negativo anche nei confronti della comunità in cui viviamo e di quelle persone alle quali siamo inviati.

Del resto, lo stesso concetto è sottolineato dal Vangelo, quando usa l’espressione: “Morire nel proprio peccato”. Significa che dobbiamo cessare di commettere peccati; ed anche con l’altra analoga espressione, quella dello smettere di: “Camminare nelle tenebre”.  

Si rende allora necessaria una profonda conversione. È quella che nel discorso delle beatitudini è chiamata purezza di cuore: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”.

Ebbene, don Alberione ama tradurre la beatitudine con: “Abbiate un cuore penitente”.

Ciò premesso, comprendiamo meglio anche altre sue espressioni.

Egli dice che i veri nemici del nostro apostolato stampa, non sono i “concorrenti” e gli editori più affermati e quotati, ma sono i peccati commessi da coloro che sono chiamati ad evangelizzare con tale stampa e con gli altri i mezzi di comunicazione.

Interessante è quanto racconta don Giovanni Morene, arciprete di Guarene, su quanto un giorno ha sentito dalla bocca dell’Alberione: «Temo solo due cose per la nostra Congregazione: il peccato e le ricchezze».

Il medesimo arciprete narra di essere andato un giorno ad Alba per incontrarsi con lui. Gli dicono che stava facendo gli Esercizi spirituali nella sua cameretta.

Allora sale in camera, bussa, e senza attendere risposta, entra.

Vede che Don Alberione aveva sul tavolo un teschio di morto, del quale si serviva per fare la meditazione sulla morte e per avere, da Gesù crocifisso e morto, la grazia di superare le difficoltà di ogni giorno, quelle che lo facevano molto soffrire.

Qual’era una delle sue grandi sofferenze?

Soffriva per coloro che erano stati chiamati da Dio e che poi avrebbero abbandonato la vocazione. Lo manifestò a distanza di tempo, nel 1938, durante un corso di Esercizi spirituali da lui predicato ai Sacerdoti paolini più anziani.

Disse al riguardo, riferendosi all’inizio dell’opera allorquando doveva comperare il terreno per iniziare a costruire:

"Quando si doveva acquistare questo terreno, i giovani son venuti a ricrearsi in questo luogo: io guardavo in su e in giù questo orto e questo prato e pensavo se era volontà di Dio che affrontassi queste spese, data la nostra infanzia.

E mi è sembrato di essermi un momento addormentato: il sole splendeva finché le case si costruivano; poi il sole si oscurava, e io vedevo che il dolore più grande era dato da quelli chiamati da Dio, che poi avrebbero abbandonato la vocazione; e specialmente da uno, il quale, acquistando un certo potere, se ne sarebbe servito ben grandemente contro la casa paolina; poi il sole ritornò a risplendere... E si incominciò a fabbricare”.

Ritornò più tardi sullo stesso argomento, quando nel 1953 scrisse:

“Circa il 1922 cominciò a sentire la pena più forte, appena entrato nella prima casa costruita. Ebbe un sogno in cui sentì dirsi: Ama tutti, tante saranno le anime generose. Soffrirai però per deviazioni e defezioni; ma persevera; riceverai dei migliori».

Pur tuttavia, tra tante pene fisiche e morali, non mancò il conforto di Gesù Maestro, che rassicurò il suo servo fedele. Lo disse Don Alberione, nel medesimo corso di Esercizi spirituali predicati ad Alba, nel mese di giugno 1938:

“Come mi è chiaro quello che ho visto in fondo alla casa, in quella camera, in uno di quei giorni in cui io non lavoro: il Divin Maestro passeggiava ed aveva vicino alcuni di voi ed ha detto: «Non temete, io sono con voi; di qui io voglio illuminare; abbiate il dolore dei peccati...». Se noi amiamo Iddio, egli è con noi”.

“Questo episodio – ed è quello che continua a raccontare l’arciprete di Guarene - non è chiaramente collocato in un tempo determi­nato; si sa che dopo questa visione egli ne parlò ai suoi, in una meditazione, ma essi non diedero importanza alla cosa, ma ne fecero oggetto di curiosità più che di preghiera; interrogarono il Teologo Alberione su alcuni particolari della visione, ed egli fu indotto a proibire loro di parlarne ancora”.

In “Abundantes divitiae gratiae suae”, don Alberione varie volte si riferisce a tale argomento.

Estrapoliamo alcuni concetti che abbiamo trovato nello scorrere delle pagine:

“Dobbiamo riconoscere che la nostra debolezza umana è stata un impedimento per lo sviluppo del progetto di Dio, però questo non deve essere inteso in modo negativo, ma positivo, in quanto che, nonostante ciò, Dio lavora in noi e con noi”;

“Pertanto, l’avere dolore dei peccati non significa fermarsi e piangere, ma significa saper a che punto ci troviamo per andare sempre avanti con rettitudine”;

“Significa vivere nella vigilanza, sempre attenti per conoscere e fare la volontà di Dio”;

“È riconoscere che il Signore pensa e provvede meglio di noi”;

“Dobbiamo avere molto dolore che non sia tanto versare lacrime, ma che sia un proposito fermo di non peccare più”.


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