Riflessioni di don Ferri in ritiri
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
24 gennaio 2021 * S. Feliciano vescovo
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Ultima cena
Si tratta della decima riflessione sulla cristificazione nel matrimonio preparata per il ritiro di dicembre 2020, presso il Santuario di San Giuseppe in Spicello.
Per il documento: clicca qui
La Cristificazione nel matrimonio.10 – L'esperienza del cenacolo
(Riferimento biblico Mt 26, 17-26)
Premessa
Avevo preparato la presente riflessione per il mese di novembre, perché nella lettera del delegato del 18 dicembre 2019 era previsto proprio per tale mese il tema: “l’esperienza del cenacolo”.
La stavo pubblicando quando vengo a sapere del suo spostamento a dicembre. Successivamente ho potuto pure conoscere lo svolgimento del tema proposto ufficialmente, molto interessante ed anche pratico. Però c’è stato anche un malinteso nel termine “Cenacolo”. Per esso non avevo pensato a quello delle riunioni di preghiera e della pentecoste, ma a quello della “Ultima cena”. D’altra parte, l’argomento relativo alla pentecoste era stato da me toccato nel mese di settembre.
Che fare allora?
Credo opportuno non abbandonare la riflessione preparata, anche perché unita assieme all’altra può maggiormente arricchire.

Introduzione al tema
Vogliamo cercare di comprendere in maniera più intima il grande mistero dell’Eucaristia, il sacramento istituito da Gesù nel cenacolo in quel lontano giovedì che definiamo “santo”. Questa riflessione vale sia per se stessa, sia in riferimento al matrimonio.

Cosa ne dice il Catechismo della Chiesa Cattolica?

Ecco la sua definizione: “L’Eucaristia è fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua”.

Se l’Eucaristia è “fonte e culmine” della vita cristiana, questo vale non solo per singoli, ma pure per ogni comunità, ad iniziare da quella coniugale e familiare, e questa in forza anche del sacramento del matrimonio.

Come deve essere vista e considerata da noi?

Se da una parte con l’Eucaristia ci viene presentato l’immenso amore di Dio, dall’altra ci sprona ad accoglierlo e ricambiarlo, non solo verso il Signore, ma anche fra di noi, a cominciare proprio tra marito e moglie.

Il maestro per vivere questo stile di vita è proprio san Paolo. Lo mette in evidenza nella prima lettera ai Corinti, allorquando si trova come costretto a descrivere il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia e del suo significato.

Se lo racconta, pertanto, è per un motivo specifico e ben preciso. Egli si inserisce nel contesto di vita cristiana che i Corinti pensavano di praticare bene, soprattutto quando celebravano l’Eucaristia. Di fatto, però, non era così. Il loro mal comportamento avevano bisogno di un richiamo a causa degli abusi che perpetravano nel vivere la carità verso i più poveri e indigenti.

Cosa avveniva di fatto?

Prima di celebrare il banchetto eucaristico, i partecipanti erano invitati a ritrovarsi insieme, con un certo anticipo, per consumare e condividere un banchetto fraterno, anche per aiutare e sovvenire i più bisognosi, coloro che per vari motivi non potevano disporre di tempo per preparare la cena o, ancor peggio, per coloro che per la estrema povertà non se lo potevano permettere.

Di fatto avveniva tutto il contrario. Si assisteva a incomprensioni, divisioni e comportamenti mancanti di carità verso coloro che arrivavano in ritardo, tra cui alcuni non avevano niente di che mangiare, mentre i ricchi senza attenderli già banchettavano.

San Paolo coglie l’occasione per richiamarli, utilizzando queste precise parole: Mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi, perché vi riunite insieme non per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!”.

Ed ecco che per tale motivo è costretto a narrare ciò che è avvenuto durante l’ultima Cena del Signore, ricordando così ai Corinti che la ragione del loro riunirsi doveva essere in sintonia con il motivo per cui Gesù ha istituito l’Eucaristia.

Legame tra Eucaristia e matrimonio
A questo punto della nostra specifica riflessione, è importante che anche noi comprendiamo bene il legame profondo che c’è tra l’Eucaristia e il Matrimonio. Sarebbe troppo riduttivo se legassimo il valore del matrimonio al fatto che ci si è sposati in chiesa, durante la Messa, se poi la vita non continua a fare sempre riferimento all’Eucaristia.

Se c'è il sacramento del matrimonio è perché c'è l'eucaristia; se il matrimonio è alleanza d'amore fra uomo e donna è perché c'è l'alleanza di Dio fatta con noi nell'eucaristia; se gli sposi riescono ad amarsi, superando ogni difficoltà, è perché c'è l'eucaristia che dà loro luce e forza.

Allora partecipare all'eucaristia non è tanto una pratica devozionale e neppure l’osservanza di un obbligo, ma diventa una cosa necessaria ed essenziale.

Da quale origine parte tutto questo?

Tutto questo parte da una "sponsalità", cioè dal dono di un amore eterno, quello che Dio vive nell'ambito della Trinità. Ad un certo punto egli crea il tempo e attraverso di esso manifesta il suo amore anche all'esterno.

Il primo dono all'esterno è la creazione, che però non è fine a se stessa. La creazione è messa a servizio dell'uomo al quale, in quanto il vertice della creazione stessa, dona tutto sé stesso, il suo amore, la sua continua presenza provvidenziale. Purtroppo questo non trova sempre corrispondenza, spesso è praticamente rifiutato, come si legge continuamente nella Sacra Scrittura.

Dio comunque rimane fedele, e sempre tenta di rifare una alleanza di amore. Una di queste è quella fatta con Abramo, al quale ripete ancora: "Voi siete un popolo a me consacrato...".

Purtroppo, questa non è un'alleanza eterna, perché l'uomo può di nuovo correre il rischio di non rimanervi fedele.

Allora il Signore inventa la "Nuova ed eterna alleanza”.

Essa consiste nello sposare lui stesso l'umanità attraverso l'Incarnazione del Figlio; divinità e umanità si uniscono, Cristo è lo sposo, l'umanità è la sposa.

Da notare bene che Cristo fa della sua vita un dono di amore per gli uomini sino al massimo grado, sino a morire sulla croce. Ed ecco che la croce diventa il "talamo", il letto matrimoniale, nel quale Cristo dona totalmente se stesso: "Ecco il mio corpo dato per voi, ecco il sangue versato per voi".

Ebbene, l'Eucaristia non fa altro che perpetuare nei secoli questo gesto di infinito amore dal quale tutti possiamo attingere e godere.

Il mistero eucaristico applicato alla coppia
Quello che Cristo ha fatto nella sua vita privata e pubblica, quello che ha concluso sulla croce – cosa che per noi attualizza rendendolo presente nella celebrazione eucaristica - gli sposi lo fanno nel vivere il sacramento del matrimonio ogni giorno, in tutti i momenti della vita. Sono chiamati a farlo con parole e gesti, dal più piccolo ed insignificante sino a quello che sta all'apice, e che compiono nel "talamo", nel letto nuziale.

Se vogliamo vederci una differenza è solo nella intensità e nella perfezione del gesto stesso; quello di Cristo è stato perfetto, quello degli sposi può non esserlo o non esserlo pienamente. L’importante è che si impegnino per un graduale perfezionamento di esso, giorno dopo giorno, in ogni parola, atteggiamento e gesto della vita quotidiana.

Anche il "gesto/vertice" dell’amore riesce a perfezionarsi se anche la loro vita quotidiana cammina veramente verso la perfezione. Ecco il motivo per cui si va all'Eucaristia, proprio per attingere da essa luce e forza, ed ecco il motivo per cui è la fonte anche del matrimonio cristiano.

Di conseguenza, qual è il compito concreto della coppia?

La coppia è chiamata a celebrare, a ripresentare quello che Gesù ha compiuto nella sua vita e che ora attualizza nell'Eucaristia: il dono totale di sé, fatto con vero amore vicendevole. La conseguenza di questo è che l’effetto viene irradiato agli altri con forza centrifuga. Infatti il matrimonio è - dovrebbe essere - il segno e strumento attraverso cui il Cristo effonde il suo amore alla Chiesa.

Da notare bene che non è un semplice "segno", ma è un "segno efficace", in quanto realizza quello che indica. Veramente Gesù si dona all'umanità attraverso di loro. Se c’è una differenza, questa è solo nel modo.

Nell'Eucaristia Gesù agisce in diretta, è realmente lui in prima persona che si dona, mentre nel matrimonio il suo dono è mediato, è come trasportato attraverso la relazione dei coniugi. Gesù è in loro, ed essi attraverso il loro amore, lo trasferiscono. Purtroppo potrebbero esserci drammatici rischi.

Riescono sempre a trasferire Gesù?

Riescono a trasferirlo se vivono in grazia, se sono veramente a lui collegati; se invece sono nel peccato, se vivono nell'egoismo e cercano l'edonismo, traferiscono le forze del male. È soprattutto per questi motivi che a lungo andare il matrimonio potrebbe correre il forte rischio di andare in fallimento. Anche se questo non avviene o non è conosciuto pubblicamente, di certo chi ne soffre è la coppia e la famiglia tutta.

Ora riflettiamo su un altro aspetto.

L’Eucaristia vissuta in chiave coniugale
Oltre a quanto abbiamo già detto, ora vogliamo addentrarci meglio per vedere come vivere bene la celebrazione Eucaristica, considerata anche in chiave coniugale, cioè facendo un raffronto tra la celebrazione del sacramento dell’Eucaristia e quello della vita matrimoniale.

Diciamo subito che l’Eucaristia, come sopra detto, è sacramento nuziale per se stessa. È quello che leggiamo in Apocalisse: “Beati gli invitati al Banchetto Nuziale dell’Agnello”.

Il banchetto è detto “nuziale” perché vi è un rapporto di stretta intimità, tra colui che è mangiato che è Gesù, e tra chi lo mangia che siamo noi.

Questo fatto richiama chiaramente anche il rapporto di intimità coniugale che, però, riesce a mostrare solo una pallida e momentanea idea della realtà in rapporto a Cristo. Anche se c’è il momento in cui possiamo ben dire che i coniugi sono “una sola carne”, per il resto della vita rimangono sempre individui diversi fra di loro.

Nell’Eucaristia non è così. Avviene la perfetta identificazione con Cristo, una cristificazione che dura per l’eternità, come dice Paolo: “Non son più io che vivo, ma Cristo vive in me”, e come aveva detto Gesù: “Chi mangia di me vivrà in eterno”.

Quindi “banchetto nuziale” significa “quello che fa unità” per sempre, senza interruzioni di sorta, a meno che non sia da noi voluta.

Abbiamo detto pocanzi che nell’Eucaristia si manifesta il grande amore di Dio per gli uomini.

Gesù lo aveva manifestato nella sua vita pubblica attraverso la parola, gli insegnamenti, gli interventi miracolosi, ma tutto questo non bastava, ci voleva pure una vicinanza ed una relazione fisica ancor più stretta per riuscire a mostrare in maniera più perfetta il suo amore, la sua intima e profonda relazione di lui con noi, da essere veramente una cosa sola.

Ebbene, il Signore Gesù lo ha fatto non solo mettendosi a vicino contatto, ma addirittura facendosi mangiare, proprio perché fossimo una cosa sola con lui.

Il fatto avviene in maniera analoga al cibo di cui ci nutriamo per la vita fisica, ma con una differenza. Nel nutrimento fisico siamo noi ad assimilare il cibo, nel nutrimento dell’eucaristia, invece, è Gesù ad assimilarci in lui, dando a noi modo di poterci cristificare.

Il compito per potersi cristificare
Cosa fare perché questo nutrimento possa portare i suoi buoni frutti spirituali e santificanti, in altre parole cosa fare per cristificarci?

Il catechismo di San Pio X, alla domanda che chiede quante cose sono necessarie per fare una buona comunione, risponde che si tratta di mettere in pratica tre atteggiamenti. Primo: essere in grazia di Dio. Secondo: sapere e pensare chi si va a ricevere. Terzo, osservare il digiuno prescritto.

Vediamo cosa significano e come si attuano, sia nella comunione eucaristica, sia in quella coniugale.

1) Cosa significa essere in grazia di Dio?

Significa essere in sintonia, in amicizia, in comunione sempre maggiore con il Signore. Si tratta di non vivere nel peccato mortale, si tratta di essere impegnati anche nel combattere ogni tipo di tentazione, superando anche le venialità, i difetti e le imperfezioni. 

Riferito ai coniugi significa qualcosa di analogo. Si tratta di essere in grazia del coniuge, in piena sintonia con lui pur nella varietà delle opinioni. Si tratta di accoglierlo così come è, aiutandolo nel contempo a migliorare. Questo con tanta pazienza, senza fretta di vedere un risultato immediato.

In altre parole ancora, si tratta di amarlo sempre di più e sempre meglio, giorno dopo giorno.

2) Cosa significa sapere e pensare chi si va a ricevere?

Si tratta di mettere in atto la virtù teologale della fede. Si tratta di credere che sotto le apparenze del pane e del vino, è presente in corpo, sangue, anima e divinità, Gesù Cristo, in maniera reale e non simbolica, come purtroppo alcuni potrebbero sostenere.

Se si fosse trattato solo di una presenza simbolica, Paolo non avrebbe potuto aggiungere al rimprovero: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore”.

Ebbene, in forza di questa consapevolezza ci si accosta con rispetto e devozione, gli si dà piena credibilità, ci si fida totalmente di Lui. Credibilità e fiducia, a loro volta, portano subito a ringraziare e adorare, e poi a servirlo negli altri. Tutto questo, ovviamente, si perde quando vi ci accostiamo distrattamente, quando non abbiamo ascoltato e meditato la sua parola, quando non abbiamo pregato veramente, quando non vi inseriamo un minimo di lode e di ringraziamento. 

Applichiamo questo nell’ambito della coppia.

E’ credere che il coniuge è uno strumento di Dio. È credere che in lui è presente e operante il Cristo stesso. È credere che il coniuge, essendo un dono del Signore, merita il dovergli dare credibilità e fiducia.

 Nel contempo è stupirsi vicendevolmente, è lodare e ringraziare insieme il Signore per il dono dell’incontro e della vita trascorsa insieme. È aiutarsi vicendevolmente per realizzare il disegno di Dio divenendo suoi strumenti per la salvezza e santificazione reciproca.

 Solo se pregano anche insieme – come è importante sottolinearlo! - i coniugi potranno vivere gli atteggiamenti sopra detti e ne potranno esperimentare i frutti.

Dopo la fede si tratta pure di mettere in atto la virtù teologale della speranza.

La speranza riferita all’eucaristia significa avere la certezza che gli aiuti non mancheranno al momento opportuno e per in ogni necessità.

Questo tipo di speranza dona la calma e la pace interiore, toglie le tristezze e gli scoraggiamenti, fa attendere con pazienza il momento dell’intervento divino.

Applichiamo la virtù della speranza nella coppia.

Si tratta di avere la certezza che, se vi è corrispondenza in essa, ogni giorno l’amore certamente si rinforza, si consolida e rinverdisce.

 Pertanto, si tratta di dare il meglio di se stessi, con entusiasmo e gioia, per la maturazione vicendevole. Di conseguenza è avere la capacità di comprendere, perdonare e incoraggiare, senza mai umiliare, sempre in atteggiamento di attesa.

 Solo con questa speranza - che a sua volta fa esperimentare pace, serenità, giovinezza interiore - gli sposi trovano la “grinta” per superare ogni ostacolo, sia nell’ambito di coppia e di famiglia, sia nelle situazioni più diverse della vita.

Infine si tratta di mettere in atto la virtù teologale della carità.

Nell’Eucaristia essa si applica vivendola nella sua preparazione. La migliore preparazione è quella di dimostrare con lo stile della propria vita la realtà eucaristica. Essendo essa l’attualizzazione del gesto massimo d’amore di Cristo per la Chiesa, noi ci prepariamo all’Eucaristia vivendo e crescendo nella carità vicendevole e facendo bene, con amore e per amore, le cose ordinarie di ogni giorno.

Questo vale anche nell’ambito della coppia. Si tratta di vivere allo stesso modo la carità verso il coniuge, tutti i giorni, dando importanza al dialogo, ai piccoli gesti di affetto, alla scoperta dei suoi desideri; non è un coniuge ad accontentare l’altro, ma è l’intuire i desideri dell’altro e metterli in pratica per farlo felice.

3) Cosa significa essere digiuni?

È ancora l’esercizio di ogni giorno che ci prepara a celebrare e ricevere l’Eucaristia.

E’ essenzialmente rinuncia e lotta al peccato, è sfuggire le occasioni che conducono al peccato, è utilizzare bene il tempo.

E’ anche volontario allenamento per essere forti nelle tentazioni e superare le difficoltà della vita. È spirito di sacrificio, di mortificazione, è la capacità di dare la morte al proprio “io”.

Il digiuno, se non mette a contatto con Dio, non ha senso. Perciò non può essere disgiunto dalla preghiera.

Anche nella coppia si tratta di rinunciare al proprio “io”, e questo per il bene dell’altro, pertanto si tratta di pensare più all’altro che a se stessi.

 E’ dialogare in modo costruttivo, che non significa necessariamente il totale accordo, perché si tratta di tener presente non l’uniformità del pensiero, ma l’unità della vita.

 E’ riordinare la propria vita, la casa, il lavoro, le cose. È osservare la scala dei valori, perché, dove manca l’ordine, non c’è equilibrio, ma caos e terreno fertile per vizi, malintesi e amarezze.

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