Omelia delle domeniche e feste Anno B
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
23 aprile 2021 * S. Adalberto vescovo
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Nicodemo
Testi liturgici: 2Cr 36,14-16.19-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

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Abbiamo appena ascoltato: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.
Cosa vuol dire questo?
Vuol dire che la pienezza dell’amore di Dio per ognuno di noi si è realizzato sulla croce, con la crocifissione di Gesù. Solo se accogliamo questo immenso dono del suo amore, avremo salva la vita, non solo quella terrena, ma anche e soprattutto quella eterna.
Accoglierlo significa lasciarsi amare da Dio, è lui infatti ad amarci per primo. La conseguenza è che se ci lasciamo amare da lui, saremo felici e saremo pure capaci di trasmettere tale gioia pure agli altri.

Inoltre non dobbiamo dimenticare un’altra cosa, è che se siamo capaci di amare è perché, come detto, per primo siamo stati amati da lui: è tutta qui la nostra ricchezza. Guai a barattare tale condizione, nel senso di non volerci aprire a lui ed agli altri, chiudendoci nel nostro egoismo!

Comunque, proprio per il dono della libertà, sta a noi fare la scelta.

Vogliamo scegliere quello che ci dà la vera vita o quello che ci illude?

È quello che Gesù spiega a Nicodemo con queste parole: “Chiunque fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte in Dio”.

È quello che, per similitudine, succede a colui che ha l’occhio ammalato ed abituato allo scuro: la luce improvvisa lo disturba, tanto che è costretto a coprirsi il volto, a rifiutarla.

Così avviene a livello spirituale. Quando viviamo nella menzogna e nel peccato, quando non siamo nella verità e nella volontà di Dio, siamo nelle tenebre. Chi vive nelle tenebre non vuole venire alla luce, e non vuole che siano conosciute le sue opere malvagie.

Non solo, ma gli danno pure fastidio coloro che vivono nella luce, in quanto sono un continuo e forte richiamo per lui.

Un significato analogo lo possiamo trovare anche nella seconda lettura: “Per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo”.

Cosa vuol dire?

Per meglio comprendere usiamo una similitudine. Tanti anni fa i detersivi non esistevano, le nostre nonne e bisnonne per fare il bucato usavano acqua calda e cenere tratta dalla legna. Con questo sistema anche lo straccio più nero ne veniva fuori lindo e immacolato, pulitissimo.

Ebbene, trasferendola per la nostra riflessione, è Cristo che ci viene a tirar fuori dalla sporcizia dei nostri peccati, peccati che sempre ci tolgono la gioia del vivere. Gesù ci lava con il suo amore e così possiamo riprendere a vivere con gioia, in una pienezza di grazia.

Come è importante a tal proposito il sacramento della Riconciliazione che celebriamo ogni volta che andiamo a confessarci! È fatto proprio per questo.

Un pensiero anche sulla prima lettura, considerando queste espressioni: “Il Signore mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole, e schernirono i suoi profeti”.

Dio non manca mai di ammonirci premurosamente e incessantemente perché possiamo ravvederci dai comportamenti non buoni e convertirci, ritornando a lui e così poterci salvare.

Come pure egli non ci condanna mai, a farlo saremo solo noi stessi se gli giriamo le spalle e rifiutiamo il suo amore e il suo aiuto.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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