Omelia delle domeniche e feste Anno B
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
23 aprile 2021 * S. Adalberto vescovo
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Palme
Domenica delle Palme B 28 marzo e Giovedì santo 2021 
Testi liturgici: Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc14,1-15,47
Per il documento: clicca qui
Se abbiamo ascoltato attentamente il racconto della passione di Gesù e vi abbiamo riflettuto, c’è poco da aggiungere.
Ed infatti aggiungo ben poco. Evidenzio solo una espressione all’inizio del brano evangelico, allorquando di fronte al gesto della donna che: “Ruppe il vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore”, la reazione è stata: “Perché questo spreco di profumo?”.
Trasferendo a noi, potrebbe essere una nostra reazione analoga quando di fronte a certe sofferenze potremmo ripetere: “Perché questo capita proprio a me, cosa ho fatto di male?”.

A questo punto dobbiamo notare che vi sono due tipi di “passioni” vissute da Gesù e che noi dovremmo mettere in pratica nella nostra vita.

La passione più evidente, e che maggiormente risalta e alla quale diamo peso, è quella di patire e soffrire, non tanto perché cercata e voluta da lui, ma in quanto inflitta da altri.

È vero, ma non è questa la prima passione. Essa è, e deve essere, la conseguenza di un’altra passione, quella che dobbiamo sempre cercare e vivere continuamente, come ha fatto Gesù.

Qual è questo secondo tipo di passione?

È la passione dell’amore, è essere pieni di amore. Solo se c’è questa abbiamo la forza di affrontare e vivere serenamente anche quella della sofferenza.

Ecco Gesù che, in forza del suo infinito amore per noi, non ha esitato di dare tutto se stesso, sino all’ultima goccia di sangue.

Questo ci dice e ci insegna che quando amiamo veramente non badiamo ai sacrifici e alle prove che dobbiamo affrontare.

Si tratta di mettere in pratica quella espressione sull’amore, quella che dice: “La misura dell’amore è quello di amare senza misura”.

Sac. Cesare Ferri Rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

(Per il giovedì santo)

Testi liturgici: Es 12,1-8.11-14; I Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Abbiamo ascoltato: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne”.

Pertanto, non è solo la memoria ed il ricordo di un evento passato, per quanto straordinario esso sia stato, ma piuttosto un “memoriale”, cioè un evento, sia pur passato, ma tuttora presente, carico di tutti i suoi effetti.

Per far sì che questo memoriale avesse effetto, era da celebrarsi ogni anno con una cena attraverso la quale doveva essere inserito il rito dell’offerta di un agnello.

Si tratta della così detta “pasqua giudaica”. Tale memoriale serviva al popolo per lodare e ringraziare il Signore che lo aveva liberato dalla schiavitù dell’Egitto.

Nel contempo era pure l’anticipazione di un’altra pasqua, quella cristiana, quella voluta da Gesù che pure si è offerto come agnello per liberarci da un’altra schiavitù, ancora peggiore, quella del peccato.

Ed ecco allora che il sacrificio di Gesù, il nuovo agnello senza macchia, sostituirà il vecchio agnello. Ed ecco la nuova pasqua, è la pasqua cristiana, pure essa da celebrare solennemente ogni anno ed anche ogni domenica e pure ogni giorno, attraverso il rito della celebrazione eucaristica.

È quello che ci ha descritto Paolo ed è proprio quello che ha chiesto Gesù: “Questo è il mio corpo … questo è il calice della nuova alleanza … fate questo in memoria di me”.

Anche il vangelo di Giovanni lo sottolinea, ma sotto un'altra angolatura.

Nel mentre Paolo, Matteo, Marco e Luca descrivono come è avvenuta l’ultima cena, Giovanni preferisce soffermarsi sul significato di essa, e come a sua volta va applicata nella nostra vita quotidiana.

Ci dà la chiave per ben celebrare il “memoriale” cristiano. Ci dice che la realizzazione di tutte le aspirazioni umane si trova in un solo verbo: “servire”.

Questo significa che quando siamo disponibili a dare qualcosa di noi agli altri – tempo, ascolto, accoglienza, vicinanza, sostegno – senza attendere nulla in cambio, miracolosamente la vita si trasforma.

Come l’esistenza di Gesù, di conseguenza anche quella nostra diviene una vita eucaristica, cioè un dono, una lode e un ringraziamento.

Che valore avrebbe celebrare l’Eucaristia solo come rito se la nostra vita non prende esempio da Gesù il quale è venuto per servire e non per essere servito?

Sac. Cesare Ferri Rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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